L’analista di gaming Mauro Natta esamina il tema dell’utilizzo del gettoni non convertibili nei casinò, a iniziare da quello di Saint Vincent.
di Mauro Natta
Non era mai successo, mi hanno chiesto se l’uso dei gettoni non convertibili continua al Casinò di Saint Vincent. Ho risposto che non lo sapevo e che, se mi era possibile, mi sarei informato.
Mi sono ritrovato a leggere il resoconto riguardante l’oggetto del Consiglio Valle n. 410 in data 9 aprile 2026 che è venuto a fagiolo. L’argomento è quello dei gettoni promozionali o non convertibili. Gettoni che possono essere esclusivamente giocati e non direttamente monetizzati.
Certamente si possono soltanto giocare ed è appunto questo argomento che intendo approfondire. Premetto che nascono proprio per essere giocati ai tavoli o alle slot come è dato leggere.
Trovo comprensibilissimo condividere la ratio a conforto dell’introduzione dei gettoni non convertibili a supporto delle iniziative pubblicitarie in campo turistico – alberghiero, e forse ne ho già fatto cenno in altra occasione, mi lascia riflettere sulla conseguenza della vincita di uno dei gettoni in discorso.
Se un gettone non convertibile da 20 euro vince un pieno riceve 700 euro in pagamento in gettoni convertibili che vanno a diminuire l’attivo o peggiorare il passivo di un tavolo.
Se, poi, il numero si ripete – in quanto la puntata vincente non si dovrebbe ritirare – sono altri 700 euro che escono al banco.
Quale è la considerazione da attribuirsi ai citati pagamenti? Un ulteriore costo promozionale? Sarebbe interessante avere una risposta in merito.
Procedendo ad un conteggio più rispondente alla realtà, l’esborso della gestione si riduce del 50 percento della mancia nel primo caso e del doppio nel secondo con due vincite e del 10% che non deve versare alla amministrazione regionale. Tralascio, per l’esiguità, l’imposta sugli intrattenimenti che, però, è a carico del proprietario.
Senza invadere il campo altrui mi chiedo dove possa risiedere l’utilità di una iniziativa promozionale come quella narrata, forse in una maggiore entrata per il complesso alberghiero, in un minore costo di pubblicità?
Ciò che maggiormente colpisce la mia fantasia, in quanto le nozioni che mi rimangono in campo ragionieristico dal tempo della scuola e nella parte iniziale del lavoro sono poche e, forse, confuse, è la categoria dei riceventi magari non l’unica ma quella prevalente: i giocatori segnalati dal porteur.
A mio modo di vedere pare abbiano rinvenuto una categoria di giocatori ai quali è augurabile un trattamento tale da renderlo gradito nel comune interesse, prima di tutto, del proponente e del ricevente gli eventuali benefici. Non critico ma commento, probabilmente solo per chi scrive, una iniziativa che mi pare in esclusiva; ben venga!
Non ritengo, dal punto di vista di chi si preoccupa giustamente della produzione, si possa criticare il tentativo, usufruendo della situazione complessiva che il complesso alberghiero consente, di ottenere il massimo risultato col minor impegno, non è faticoso affermarlo, economicamente possibile, praticamente conveniente se continua.
Probabilmente la gestione di una attività che sembra andare incontro a tempi difficili dal luglio del prossimo anno con una situazione di crisi economica purtroppo non distante anni luce, consiglia una condotta come quella che mi pareva descrivere a naso.
Sicuramente risiede in un costo di ospitalità che, a mio personale parere, ritroviamo a pareggio quali minori entrate di gioco.
Riepilogando per ogni pieno, senza ripetizione, pagato la casa da gioco ha un esborso di 690 euro (700 euro meno il 50% di 20, la mancia). Ora se questo accadimento è stato valutato, come mi pare, la migliore soluzione non è un delitto pensarla diversamente.
A me non è dato controllare quanti gettoni sono stati ritrovati nelle cassette dei contanti poste ai tavoli dove si può ragionevolmente ipotizzare vengano depositati quando perdenti o quanti sono stati spesi alle slot dopo aver cambiato la vincita convertibile in monete; curioso come mi ritrovo lo farei per il solito motivo.
A prescindere dall’elemento curiosità potrebbe essere utile e non molto impegnativo. Se ne potrebbero ricavare, forse, statistiche interessanti.
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