L’analista di gaming Mauro Natta esamina i flussi di gioco nei casinò alla luce della necessità che ce se ne occupi in maniera professionale e garantendo un efficace ricambio generazionale.
di Mauro Natta
Nei miei progetti a breve termine avevo previsto di prendermi una pausa nello scrivere e nel leggere ma purtroppo, di giorno in giorno come fosse una telenovela, si leggono nuovi e vecchi particolari sempre più interessanti e stimolanti, in tema di case da gioco.
Duole constatare che ad occuparsi di alcune problematiche debba essere un pensionato della mia età piuttosto che qualche baldo giovane, alimentando il sospetto che, in questi ultimi anni, sia venuta meno la sana consuetudine di tramandare, generazione dopo generazione, quelle che sono le nozioni più elementari da metabolizzare nel momento in cui ci si intende affacciare in questo particolare settore.
Leggendo le riviste online, i ritagli accantonati, infatti, sembra che i conti, forse sarebbe meglio dire i flussi, non tornino.
Come mia abitudine non mi affido completamente a un “conteggio automatico informatizzato” che restituisce un “numero” mettendo in fila una certa serie di operazioni matematiche, ma preferisco considerare ogni singolo passaggio al fine di “comprendere” le interazioni tra gli importi presi in considerazione, cosa che una “macchina” solitamente non può fare, almeno per il momento.
Nel caso in esame mi è stato possibile leggere che i proventi riconosciuti ad uno specifico porteur sono passati da circa 1 milione di euro nel 2023 a circa 3 milioni di euro, per proiezione, nel 2025 (“oltre 760.000 euro in un trimestre”), la precisione nel calcolo rileva ben poco.
Considerando che la provvigione si calcola percentualmente sul “giocato” e supponendo che la stessa sia all’incirca del 10 percento per comodità di calcolo, pare agevole arrivare alla conclusione che, ragionando in termini di volume di gioco complessivo, il “giocato” sia passato da 10 milioni a 30 milioni di euro, o qualcosa di simile.
Premesso che i clienti dei porteur non sono, o meglio non dovrebbero essere, i clienti abituali di una casa da gioco bensì dei nuovi clienti che abitualmente in precedenza frequentavano solamente altri casinò quasi sicuramente italiani, per logica si dovrebbe supporre che gli incassi dei giochi (prevalentemente tradizionali) registrati nel 2025 avrebbero dovuto di gran lunga superare quelli del 2023.
Ovviamente parliamo di “flussi finanziari”, peccato però che l’azienda in questione sia un casinò, una azienda atipica in cui la normativa nazionale, anche se applicata con rigore e i sistemi di controllo aziendali pur se impostati con una certa attenzione, evidentemente non sono sufficienti a garantire l’assoluta certezza che alcune azioni speculative non possono trovare, in ogni caso, terreno così fertile.
Personalmente riscontro sempre più elementi che confermano alcune mie convinzioni, infatti più e più volte mi sono trovato a ribadire che alcune aziende nazionali non hanno posto la dovuta attenzione nel prevedere un percorso formativo serio per i propri dipendenti in cui l’obiettivo primario fosse quello di fare acquisire le necessarie competenze tecniche di gioco ben prima di procedere all’assegnazione di alcuni di loro a posizioni strategiche cruciali.
Purtroppo, a mio parere, una palese lacuna formativa si sta trasformando in una evidente lacuna generazionale, problema in via di emersione in altra aziende del settore.
Supponendo che un singolo porteur non possa avere un contatto con più case da gioco nello stesso periodo ma debba “procacciare” per una sola delle quattro aziende nazionali, non è agevole comprendere, o forse non voglio, come sia possibile trovare comunque gli stessi giocatori in tutte le quattro, anche se, per forza di cose, non in contemporanea. Diversamente sarebbe un vero miracolo, uno dei tanti mi verrebbe da pensare!
Mettendo tutto insieme non dovrebbe essere impossibile immaginare quali siano le cause naturali che stanno alla base di una così maldestra organizzazione quindi, senza indugiare oltre, si potrebbe passare ad altre questioni, quelle che riguardano non tanto i livelli apicali quanto quelli immediatamente sottostanti.
In particolare mi piace soffermarmi, come è mio solito, sulla struttura tecnica del gioco.
Inizio col dire che la serie di operazioni messe in atto a livello prevalentemente amministrativo (porteur, assegni, contanti, provvigioni e quant’altro) bene o male finisce per influenzare comunque, almeno per una certa quota, l’attività ai tavoli da gioco.
Ad ogni aumento dei volumi di gioco ai tavoli, poco o tanto che sia, oltre ad aumentare gli incassi andranno ad aumentare infatti, in modo direttamente proporzionale, anche i cosiddetti proventi aleatori meglio conosciuti come mance.
Poco importa, a un impiegato di gioco, quali siano i motivi per cui aumentano le mance; l’importante è che le mance aumentino e lo pensavo quando lavoravo.
Si spera, risulti facile comprendere il motivo per il quale, ad un certo punto della carriera, ad un tecnico di gioco, di solito un ispettore di sala molto esperto, venga proposta una promozione a quadro aziendale/assistente di direzione giochi che prevede la totale rinuncia alle mance di sua spettanza in cambio di un “superminimo individuale” che compensa o dovrebbe compensare come minimo quanto perso a seguito della esclusione dalla ripartizione delle mance.
Il dipendente neo-promosso, da questo punto in poi, risultando escluso dalla partecipazione alle mance e trovandosi nella posizione di poter accedere a tutti quei dati che prima gli erano negati (cambi, fidi, ospitalità, clienti presentati etc.), inizia il suo percorso a livello direttivo che lo porterà, se tutto va bene, ad occupare la posizione di direttore giochi.
Questo percorso formativo unito a solide qualità morali verificate rappresenta la condizione necessaria e sufficiente affinché la gestione aziendale (direttore generale, Au, Ad) quasi sempre di estrazione amministrativa/politica, e l’ente concessionario (amministrazione regionale) possano dormire sonni (relativamente) tranquilli, evitando si trovarsi in difficoltà ogni qualvolta vengono messe in discussione le cosiddette “operazioni si sala”.
In alternativa non rimane che pretendere a suon di bandi pubblici, incrociando le dita.
Per quanto riguarda le “operazioni ai tavoli”, invece, magari ne parleremo in altra occasione con lo scopo dichiarato di togliere, per quanto sarà possibile, anche quest’ultimo odioso termine riportato in corsivo nelle ultime due parentesi del testo (relativamente), ma è tutta un’altra storia.
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