Il direttore generale commenta lo stop all’offerta legale deciso da Brasile e India e chiama in causa gli operatori.
Dopo anni passati a discutere di come regolare meglio il gioco, due grandi Paesi stanno provando la strada opposta: non più limiti, controlli e strumenti di tutela, ma la scomparsa dell’offerta legale. Il Brasile, a meno di due anni dall’avvio effettivo del mercato regolamentato, ha revocato con effetto immediato le autorizzazioni per scommesse sportive e casinò online. Il provvedimento dovrà ora essere approvato, modificato o respinto dal Congresso entro 120 giorni. L’India, nel frattempo, ha introdotto un divieto molto ampio che riguarda i giochi online, la loro promozione e l’elaborazione dei relativi pagamenti.
Sul tema è intervenuto Stefano De Vita, direttore generale della Fondazione Fair, in un contributo pubblicato sul sito dell’ente che si occupa di ascolto, innovazione e ricerca sul gioco responsabile. De Vita ricorda che le ragioni addotte da Brasilia sono di tutela sociale e sanitaria: l’effetto del gioco sui redditi delle famiglie, l’indebitamento, le conseguenze sulla salute mentale. La misura può contare su un’opinione pubblica molto critica verso le scommesse, mentre operatori e club di calcio hanno annunciato ricorsi, anche per il peso che il betting ha assunto nelle sponsorizzazioni sportive.
Secondo il direttore generale, i due Paesi, pur così diversi, compiono la stessa scelta di fondo: abbandonare la logica della gestione del rischio per quella dell’eliminazione dell’offerta autorizzata. L’interrogativo che la Fondazione pone riguarda ciò che accadrà alla richiesta di gioco. De Vita si chiede se gli utenti smetteranno di giocare oppure si sposteranno verso operatori offshore, piattaforme illegali, sistemi di pagamento alternativi o strumenti capaci di aggirare i blocchi.
Un mercato regolamentato, per quanto imperfetto, può imporre identificazione, controlli sui minori, autoesclusione, limiti e monitoraggio dei comportamenti, mentre un operatore illegale non ha alcun incentivo a rispettare questi standard. Da qui il rischio di un paradosso, che De Vita descrive così: se una quota rilevante della domanda uscisse dal circuito legale, si avrebbe meno gioco visibile e regolato, ma “non necessariamente meno rischio”. I giocatori più vulnerabili, aggiunge, potrebbero diventare i più difficili da individuare e da proteggere. Il direttore generale precisa che questo non significa ritenere il divieto inefficace, ma che il suo successo andrebbe misurato sugli effetti reali sulle persone e non soltanto sulla riduzione dell’offerta autorizzata.
De Vita richiama poi il ruolo di un terzo protagonista, spesso lasciato ai margini del dibattito: le società di gioco. A suo avviso il modello regolamentato, se vuole presentarsi come alternativa credibile al divieto, non può limitarsi a ripetere che l’illegalità sarebbe peggio, ma deve dimostrare con comportamenti concreti e risultati misurabili che la presenza di operatori autorizzati produce più tutela. Tanto più in una fase di crisi economica e sociale, quando cambia anche la percezione del gioco e il semplice rispetto delle norme potrebbe non bastare più.
La distinzione proposta dalla Fondazione è quella tra compliance e sostenibilità: la prima risponde alla domanda su cosa fare per essere in regola, la seconda su cosa fare per ridurre davvero il rischio. De Vita sostiene che gli operatori dovrebbero inserire la responsabilità sociale nel modello di business, adottando anche volontariamente standard più severi di quelli minimi, misurandone l’efficacia e mettendo i dati a disposizione di regolatore, ricerca e dibattito pubblico. Non per sostituirsi al legislatore, precisa, ma per uscire da una logica passiva in cui prima arriva la norma e poi l’impresa si adegua. Chi non assumerà questo ruolo, avverte il direttore generale, rischia di restare in posizione difensiva e di dover subire interventi normativi sempre più restrittivi.







