Il professore Fabio Saponaro alla presentazione del libro sugli e-sport nell’economia digitale sottolinea come si tratti di materia composita che deve essere studiata da un comitato tecnico.
“La presenza di diversi soggetti è per noi significativa perché il tema si colloca al crocevia di diversi mondi che spaziano tra politica ed economia. Il volume dunque nasce dalla constatazione che un fenomeno e sociale può crescere più velocemente delle discipline giuridiche che appunto lo disciplinano.”
Lo sottolinea Fabio Saponaro, professore ordinario di diritto tributario, Università del Salento, nel suo intervento alla presentazione alla sala del Refettorio della Camera del libro “E-sport e fiscalità nell’economia digitale”.
“Gli e-sport – prosegue – non sono un fenomeno marginale ma si tratta di competizioni organizzate fatte di giocatori, publisher e sponsor. Di fronte a questa realtà il diritto continua a interrogarsi su cosa siano giuridicamente: sono sport, videogiochi, oppure intrattenimento? La difficoltà è proprio questa, ma colme si può qualificare un giocatore professionista? Come si può trattare la sua immagine? Come si può distinguere una postazione professionale da una che non lo è? Sono alcune delle domande che riguardano la certezza del diritto, la corretta applicazione dei tributi e la competitività delle imprese.”
Per questo “la fiscalità non è un argomento marginale, ma una prospettiva privilegiata, utile a comprendere la struttura economica degli e-sport. La prima cosa da affrontare è l’inquadramento giuridico che in Italia ha molte sfaccettature ma non credo che la soluzione sia quella forzare gli e-sport in una categoria tradizionale. Del resto le competizioni hanno alcune similitudini con lo sport ma non hanno tutte le caratteristiche di una competizione dal vivo. Pertanto la sfida del diritto non è quella di semplificare il fenomeno ma di individuare regole più adatte per comprendere e soprattutto per disciplinare. Il lavoro di questo libro è stato corale e inizialmente nella prima parte abbiamo esaminato la situazione italiana a 360 gradi, mentre nella seconda abbiamo rivolto lo sguardo fuori dall’Italia guardando altri ordinamenti. Il confronto ha evidenziato che non c’è un modello unitario ma questa comparazione ci ha permesso di ampliare gli strumenti per affrontare un problema comune come succede nelle scienze”.
Saponaro sottolinea anche che la “materia è complessa e per questo ritengo che il passaggio successivo non sia quello di dar vita a un nuovo disegno di legge ma partire da un lavoro preparatorio. L’auspicio, dunque, è quello di creare un comitato tecnico di studio a cui devono partecipare il mondo accademico, la politica e anche l’eccellenza del mondo degli e-sport. Questo per creare auna base seria di lavoro condivisa. Le direttrici sono quattro: la definizione del fenomeno, la tutela, la fiscalità e quarto la dimensione europea a internazionale. In questo modo il confronto internazionale e il lavoro scientifico si possono aggiungere al percorso legislativo e l’incontro di oggi può dunque essere un punto di partenza. Quando abbiamo avviato questo progetto in Salento eravamo consapevoli che avremmo affrontato un fenomeno in evoluzione, ma volevamo contribuire a renderlo più strutturato. Credo che il valore del volume sia stato quello di aver messo prospettive diverse a confronto.”
Maria Assunta Icolari, professoressa associata di diritto tributario, Università degli Studi Guglielmo Marconi,evidenzia che “la questione del controllo è fondamentale. Gli e-sport sono un’attività dematerializzata e non essendoci una normativa vera e propria in alcuni casi ci siamo trovati di fronte ad alcune difficoltà. In questo libro, pertanto, abbiamo cercato di portare avanti un’operazione collettiva studiando i sistemi internazionali e servendoci del contributo di altri colleghi. Il diritto tributario oggi sta assumendo un ruolo importate per qualificare e dare vita ad alcune discipline, motivo per cui nel volume abbiamo deciso di dare importanza al fenomeno fiscale che si poggia su problematiche per cui ci interroghiamo in tanti altri settori. Il problema in questo caso riguarda “cosa” ma anche “chi” tassare perché negli e-sport tutto e dematerializzato e dobbiamo valutare situazione per situazione”.
Vincenzo Carbone, professore a contratto di diritto tributario, Università degli Studi Internazionali di Roma, aggiunge: “Nel nostro ordinamento non vi è un riconoscimento degli e-sport, cosa che genera alcune criticità. Io aggiungerei anche il quesito di “quando” tassare perché quando parliamo di una disciplina spesso remunerata con criptovalute, motivo per cui dobbiamo comprendere quando si realizza questa ricchezza. Il punto fondamentale sta nel fatto che non c’è un riconoscimento da un punto di vista normativo e anche se l’evoluzione del fenomeno è tangibile, in questo momento il legislatore e la giurisprudenza non ci sono di aiuto. La soluzione è dunque un pieno riconoscimento, una norma ad hoc su questo tema dilagante mentre un’altra soluzione forse più semplice potrebbe essere quella di inquadrare il fenomeno come un’attività culturale o ricreativa”.
L’avvocato Emanuela De Leo, professoressa a contratto di Filosofia ed Etica sottolinea invece che l’idea di questo volume “nasce dalla condivisione. In un contesto del genere è difficile avere delle aspettative perché il mondo degli e-sport si evolve velocemente e già il libro risulta per certi versi vecchio. Ora sono venute meno le famose olimpiadi ma nonostante questo l’e-Sport World Cup prenderà piede a Parigi, evento a cui partecipano tanti giocatori e che vengono seguite da milioni di persone in tutto il mondo. Gli e-sport non sono sport da un punto di vista tradizionale, ma non parlo solo dell’aspetto fisico. Il punto è che nello sport per giocare non ho bisogno della federazione, basta un semplice campo di periferia, mentre se sono un grande campione di Tekken e il publisher decide di spegnere il service (forse perché non lo considera più remunerativo) il gioco salta. Questo vuol dire che il mondo degli e-sport ha dei punti di contatto con lo sport tradizionale ma è un mondo a sé e ha bisogno di una regolamentazione ad hoc”.
Luca Pagano, Ceo e cofondatore di Qlash, racconta la sua personale esperienza: “Sono in questo mercato da dieci anni e almeno due o tre volte ho sentito parlare di un anno zero degli e-sport. Il vero motivo per cui si torna a parlare di anno zero è perché manca la regolamentazione mentre in tutti i paesi che ne hanno avuto una sono riusciti ad andare avanti. Una regolamentazione aiuta per la fiscalità ma c’è un altro aspetto fondamentale: un’azienda che opera in un settore non regolamentato non viene legittimata. Gli investitori guardano infatti quella che è l’attività ma se operi in un ambito di incertezza economica e fiscale ci pensano bene ad investire. Lo stesso si vede nel commerciale: tutte le grandi aziende difficilmente investono in ambiti non regolamentati, lo hanno fatto durante il covid, ma nel momento in cui l’epidemia è finita, sono tornate allo sport che rappresenta un prodotto più sicuro. Tuttavia, al di là dell’aspetto economico, bisogna regolare gli e-sport perché abbiamo a che fare con i giovani che devono essere tutelati e un settore regolamentato insegna anche i doveri.
Raphael Coche, professore di diritto tributario nell’università Faccat, illustra invece quello che succede in Brasile sottolineando che “è il più grande mercato in America Latina per i videogiochi, dove addirittura c’è un canale dedicato che fa molte visualizzazioni. Il Brasile è un Paese di consumatori ma non di produttori e anche da noi da un punto di vista normativo gli e-sport non sono considerati uno sport vero e proprio. Mi auguro che il Parlamento possa avviare una discussione del livello discusso oggi perché la complessità dell’economa digitale deve affrontare queste tematiche in un Paese come il nostro ricco di giocatori di videogames.”







