Prediction market, a Easg l’allarme dell’Oregon Council on Problem Gambling sui rischi emergenti

A Copenaghen si discute il confine tra trading, previsione e gioco: analisi di Yamagata su nuovi mercati e player protection.

Strumenti finanziari, dispositivi di previsione o una nuova forma di gioco digitale? Alla European Conference on Gambling Studies and Policy Issues di Easg, in corso a Copenaghen dall’8 all’11 settembre, il tema dei prediction market è stato al centro di una relazione che ha messo in luce tanto le potenzialità informative di questi strumenti quanto le criticità legate alla loro crescente somiglianza con le dinamiche del betting.

Il meccanismo di base è relativamente semplice: viene posta una domanda su un evento futuro, dall’esito di un’elezione all’andamento di una criptovaluta, da una partita alle condizioni meteorologiche, e gli utenti acquistano contratti collegati alle diverse risposte possibili. Un contratto scambiato a pochi centesimi riflette la probabilità implicita che il mercato attribuisce a quell’evento; se l’evento si verifica, il contratto viene liquidato al valore massimo, altrimenti perde di valore. A differenza della scommessa tradizionale, però, non è un bookmaker a fissare la quota: il prezzo nasce dall’incontro tra domanda e offerta e si aggiorna in tempo reale in base alle informazioni e alle aspettative dei partecipanti, che possono comprare e vendere le proprie posizioni più volte prima della risoluzione finale, facendo di fatto trading sulle variazioni di aspettativa piuttosto che limitarsi a puntare sull’esito.

È una caratteristica che avvicina questi prodotti più alla Borsa che a una schedina, e che affonda le radici in una funzione economica precedente al gioco online: gli esperimenti accademici sui mercati predittivi risalgono almeno agli anni Ottanta e si fondano sulla teoria della cosiddetta wisdom of crowds, secondo cui l’aggregazione di valutazioni diverse può in alcune condizioni produrre previsioni più accurate di quelle di un gruppo ristretto di esperti.

A introdurre il tema a Copenaghen, con la relazione intitolata “Prediction Markets: What They Are, Why They Matter, and Emerging Risks”, è stato Glenn Yamagata dell’Oregon Council on Problem Gambling. Secondo quanto illustrato dal relatore, non tutti i prodotti del settore sono equiparabili tra loro: un contratto legato al rischio di un uragano, utilizzato da un proprietario immobiliare per tutelarsi economicamente, ha una funzione di hedging riconoscibile; un contratto che scommette sul prezzo di Bitcoin nei successivi cinque minuti, o sull’esito di una sequenza sportiva brevissima, si colloca invece molto più vicino al gioco puro, in un parallelo evidente con la crescita delle scommesse in-play nello sport.

Il nodo più delicato riguarda però la percezione degli utenti. Yamagata ha osservato che chi utilizza questi strumenti raramente si descrive come un giocatore: più spesso pensa “sto facendo trading”, “sto investendo” o “sto operando sui mercati”. Una terminologia mutuata dalla finanza che, secondo i professionisti del trattamento citati nella relazione, può generare nei partecipanti una sorta di “velo di legittimità o rispettabilità”, rafforzato dalla convinzione di poter “battere il mercato” grazie alle proprie competenze, un fattore che tende a favorire la permanenza nell’attività più di quanto avvenga quando il risultato è percepito apertamente come governato dal caso.

A sostegno di queste osservazioni sono stati richiamati alcuni dati dall’Arizona Gambling Behaviors, Attitudes, and Awareness of Problem Gambling Survey 2025, secondo cui il 5,4 per cento degli intervistati avrebbe utilizzato prediction market nell’ultimo anno, con un utilizzo maschile circa 2,5 volte superiore rispetto a quello femminile (7,8 contro 3,1 per cento). Tra gli utilizzatori, il 65 per cento considera i casinò un buon luogo di socializzazione, contro il 30,4 per cento del resto del campione, e il 40 per cento condivide la convinzione che giocare più a lungo aumenti le probabilità di finire in vincita, una distorsione cognitiva condivisa solo dal 4 per cento di chi non utilizza questi strumenti. Numeri che, come sottolineato nella relazione, non dimostrano un rapporto di causa-effetto ma segnalano una popolazione con caratteristiche meritevoli di attenzione.

Anche il fronte clinico presenterebbe criticità: la ricerca Oregon Gambling Treatment Provider Survey Findings 2025, citata a Copenaghen, indica che il 94 per cento degli operatori del trattamento ritiene necessaria una formazione specifica per gestire i casi legati alle nuove forme di gioco non tradizionali. I pazienti, secondo le evidenze presentate, faticano a disconnettersi da prodotti sempre disponibili e integrati nella quotidianità digitale, e spesso non si riconoscono nei percorsi terapeutici pensati per slot, casinò o scommesse sportive, con il rischio di uno scarto culturale che precede quello clinico.

Il caso dei prediction market, secondo quanto emerso dal dibattito di Copenaghen, mette in discussione alcune categorie storiche della regolazione: cosa definisce una scommessa, la presenza di una quota, quella di un bookmaker o la finalità con cui il prodotto viene utilizzato. Un contratto assicurativo contro un evento climatico e una posizione aperta ogni cinque minuti sull’andamento di una criptovaluta possono infatti condividere la stessa infrastruttura tecnica pur rispondendo a logiche del tutto differenti. La sfida indicata per regolatori, operatori e sistemi di responsible gambling non sarebbe quindi quella di etichettare il prodotto in sé, ma di guardare al comportamento che è in grado di generare: un confine sempre meno netto, destinato a restare al centro del prossimo confronto internazionale sulla regolazione del settore.