Fondazione Fair critica lo spot True Data della Lega Serie A: ‘Il paradosso del #Giocasicuro’

La fondazione per il gioco responsabile interviene nel caso della campagna finita nel mirino dell’ADM, criticando anche le possibili soluzioni di facciata.

Il caso dello spot True Data della Lega Serie A si arricchisce di un nuovo intervento istituzionale. Dopo le contestazioni mosse dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, che nelle scorse settimane ha chiesto l’interruzione della campagna ritenendola una promozione indiretta del gioco, è ora la Fondazione Fair a intervenire nel dibattito, definendo la vicenda un “paradosso” rispetto agli obiettivi di tutela dei giocatori.

La campagna, lanciata dalla Lega Serie A con l’hashtag #Giocasicuro, punta a valorizzare l’affidabilità dei dati statistici ufficiali del campionato, un asset commerciale legato anche a contratti internazionali di distribuzione come quello con Genius Sport. Nello spot, diffuso su televisioni, social e maxischermi degli stadi durante la seconda giornata di campionato, si sosteneva che l’utilizzo di dati non certificati potesse rendere la scommessa dell’utente «meno sicura». Una frase che ha spinto l’Adm a intervenire con due lettere formali alla Lega, sostenendo che il messaggio rischiasse di creare confusione tra gioco legale e illegale, di danneggiare la fiducia nel sistema delle concessioni statali e, di conseguenza, le stesse entrate erariali. La Lega Serie A ha replicato senza però interrompere la diffusione della campagna, portando la situazione a uno stallo che, secondo quanto riportato da Agimeg, potrebbe sfociare anche in azioni legali da parte di alcuni concessionari, con il coinvolgimento di Antitrust e Agcom.

Nella nota diffusa il 7 settembre, la Fondazione Fair entra nel merito della vicenda condividendo la lettura regolatoria dell’Adm, secondo cui definire “meno sicura” una giocata su canali legali autorizzati dallo Stato rischia di incrinare la fiducia nell’intero circuito delle scommesse certificate, oltre a scontrarsi con lo spirito del Decreto Dignità, la norma che limita la pubblicità del gioco. La fondazione riconosce tuttavia anche le ragioni della Lega, che difende il dato ufficiale come strumento di tutela del consumatore rispetto ai mercati clandestini e ai bookmaker privi di licenza.

Il punto più critico sollevato da Fair riguarda però le possibili soluzioni al problema. Secondo la fondazione, un semplice intervento sul linguaggio dello spot, sostituendo i riferimenti espliciti al betting con formule più sfumate come “usa i dati certificati per le tue analisi scientifiche” o “passioni sportive”, rappresenterebbe una soluzione soltanto formale, che non elimina la sostanza del messaggio e finisce per trattare il pubblico come soggetto da orientare anziché come interlocutore maturo.

Il nodo, secondo la fondazione, è più ampio e riguarda il modo in cui il tema della sicurezza nel gioco viene comunicato a un pubblico in larga parte giovanile. Le ricerche di Fair indicano che oggi il confine tra sport, gaming e scommesse è sempre più permeabile nei consumi digitali di giovani e adulti, e che le scommesse live, per la loro frequenza e immediatezza, rappresentano una delle modalità a maggior rischio di riduzione del controllo cognitivo. Concentrare il messaggio del gioco sicuro sulla sola qualità dei dati statistici, lasciando in ombra i rischi propri del gioco d’azzardo, rischierebbe secondo la fondazione di vanificare il lavoro portato avanti da regolatori, operatori e associazioni per rafforzare l’attenzione dei giocatori verso gli strumenti di mitigazione già disponibili, soprattutto nel canale online, tanto più quando il messaggio arriva da un soggetto dall’autorevolezza istituzionale come la Lega Serie A.

Credit foto : fondazionefair.org