Easg 2026: il riordino mancato in Italia e il rischio di uno squilibrio strutturale

A Copenaghen Geronimo Cardia propone un’analisi critica del modello italiano dopo la scadenza del 29 agosto. Al centro il nodo territoriale, il rapporto sempre più asimmetrico tra rete fisica e online, fiscalità, occupazione e tutela del giocatore. E quattro interventi da mettere in campo nell’attesa di una riforma organica del settore terrestre.

Il riordino del gioco pubblico italiano non può essere affrontato dividendo il mercato in compartimenti stagni. Online e rete fisica fanno parte dello stesso sistema e le decisioni normative assunte su uno dei due canali finiscono inevitabilmente per modificare gli equilibri dell’altro. Con conseguenze che riguardano non soltanto gli operatori, ma gettito erariale, occupazione, legalità e tutela dei giocatori.

È questa la tesi attorno alla quale si è sviluppato uno degli interventi dedicati all’Italia alla EASG Conference 2026 di Copenaghen. Il punto di partenza è una data precisa: 29 agosto 2026, indicata dal relatore come la scadenza entro la quale avrebbe dovuto trovare compimento il percorso di riordino del settore. Un appuntamento arrivato senza che il grande dossier del gioco terrestre fosse stato risolto

Un riordino diviso in due

La ricostruzione parte dalla legge delega del 2023 e dalla scelta di procedere separatamente: prima la riforma dell’online, quindi quella della rete fisica. Una divisione che, nella lettura proposta a Copenaghen, ha impedito di affrontare contemporaneamente tutti gli interessi pubblici coinvolti.

Il gioco, è stato ricordato, non può infatti essere valutato esclusivamente attraverso l’Ebitda degli operatori. Salute, fiscalità, legalità e occupazione sono variabili dello stesso sistema e richiederebbero per questo una visione organica.

A rendere molto più complessa la riforma del terrestre è soprattutto la questione territoriale: quell’insieme di discipline regionali e locali, sviluppatesi in particolare a partire dal 2010, che hanno introdotto distanze dai luoghi sensibili, limitazioni orarie e differenti condizioni per la distribuzione dell’offerta.

Ed è proprio qui che l’intervento sposta l’attenzione dalla regolazione del singolo prodotto all’equilibrio complessivo del mercato.

Terrestre e online: due mondi sempre più distanti

Uno degli esempi utilizzati riguarda gli apparecchi. Secondo i dati presentati dal relatore, il payout di una macchina terrestre viene indicato attorno al 64 percento, mentre per un prodotto assimilabile distribuito online può arrivare fino al 98 percento.

Non è soltanto una differenza tecnica. La tesi sostenuta è che parametri tanto diversi possano incidere sul comportamento del consumatore: a parità di denaro inizialmente impiegato, un payout più elevato permette di prolungare maggiormente l’esperienza di gioco.

Da qui una delle domande più interessanti sollevate durante la relazione: cosa accade quando la regolazione finisce indirettamente per incentivare lo spostamento del consumatore da un canale all’altro?

Se restrizioni territoriali e condizioni economiche rendono progressivamente meno accessibile o meno competitivo il gioco fisico, la domanda non necessariamente scompare. Può semplicemente trasferirsi sullo smartphone.

E proprio questo trasferimento, secondo l’analisi presentata, rischia di produrre conseguenze opposte rispetto agli obiettivi originariamente perseguiti.

Il paradosso della tutela del giocatore

Il ragionamento riguarda innanzitutto la salute pubblica.

Le restrizioni regionali sulla rete fisica sono state introdotte con l’obiettivo di ridurre i rischi collegati al gioco. Ma se il risultato è uno spostamento della domanda verso prodotti online caratterizzati da payout più elevati e accessibili continuamente attraverso dispositivi personali, occorre interrogarsi sull’effettiva efficacia del modello.

Il relatore sostiene esplicitamente che il trasferimento verso l’online potrebbe produrre un effetto contrario rispetto alla finalità protettiva delle norme territoriali, proprio perché il giocatore può rimanere più a lungo all’interno del ciclo di gioco.

È uno dei passaggi politicamente più significativi dell’intervento: non basta valutare l’intenzione di una norma; bisogna misurarne gli effetti reali sul comportamento dei consumatori e sull’intero mercato regolato.

Il peso economico della rete fisica

C’è poi il tema economico.

La trascrizione automatica non consente di ricostruire con sufficiente affidabilità tutte le cifre mostrate nelle slide, ma il messaggio dell’intervento è inequivocabile: secondo i dati illustrati a Copenaghen, la componente terrestre continua a rappresentare la parte largamente prevalente sia del contributo erariale sia dell’occupazione del comparto.

Il relatore indica inoltre circa 145mila occupati complessivi, attribuendone circa 135mila alla rete terrestre, e sottolinea la presenza dell’offerta regolata fisica in migliaia di comuni italiani. Sono dati riportati nell’intervento e che, in assenza delle relative slide statistiche, vanno considerati come tali.

La questione posta alla platea è quindi molto concreta: se una quota crescente della domanda migra dal terrestre all’online e i due canali sono sottoposti a strutture fiscali differenti, quale sarà l’effetto futuro sulle entrate dello Stato?

La preoccupazione espressa è che, senza un riequilibrio, alla contrazione della rete fisica possa corrispondere una riduzione del gettito che non viene automaticamente compensata dalla crescita digitale.

Il “cortocircuito” delle norme territoriali

L’analisi torna quindi al problema dei distanziometri.

Secondo quanto illustrato, applicando alcune discipline territoriali in maniera rigorosa si è arrivati, in determinati casi analizzati, a rendere indisponibile per nuove aperture una quota del territorio prossima al 99 percento.

Da qui quello che viene definito sostanzialmente un cortocircuito: lo Stato sceglie un modello di regolazione e non di proibizione, affida l’offerta a concessionari e ne ricava entrate fiscali; contemporaneamente, norme territoriali possono rendere estremamente difficile, quando non materialmente impossibile, esercitare quell’attività in determinate aree.

Il problema non viene meno neppure salvaguardando formalmente le attività preesistenti. Il relatore cita, ad esempio, il caso del cambio di titolarità di un punto: se il subentro richiede una nuova autorizzazione e l’esercizio si trova nel frattempo in un’area diventata incompatibile con le distanze previste, la continuità dell’attività può comunque essere compromessa.

Due libri e una questione ancora aperta

Non si tratta, peraltro, di un problema individuato oggi.

Durante l’intervento vengono richiamati due volumi dedicati alla questione territoriale, uno pubblicato nel 2016 e uno nel 2024. Ed è significativo il passaggio nel quale il relatore, rivolgendosi alla platea, riconosce tra i presenti Alessio Crisantemi come editore del primo volume.

Il richiamo serve soprattutto a sottolineare un elemento: molte delle criticità discusse oggi erano state individuate già diversi anni fa, nonostante nel frattempo il mercato sia profondamente cambiato.

La domanda implicita diventa allora inevitabile: se diagnosi e criticità sono note da tempo e largamente condivise, perché il nodo non è stato ancora sciolto?

Non soltanto problemi: dieci proposte per il riordino

La parte conclusiva dell’intervento prova a spostare il confronto dalla diagnosi alle soluzioni.

Il relatore ricorda che nel lavoro pubblicato sono contenute dieci proposte motivate finalizzate alla costruzione di un riordino organico del gioco terrestre, concepito però all’interno di una visione complessiva di tutti i canali.

Ma il punto più attuale riguarda cosa fare adesso, nell’attesa che quella riforma arrivi.

Ed è qui che la slide conclusiva mostrata alla EASG individua quattro linee di condotta per il “day after” del 29 agosto.

La prima riguarda le proroghe: dovrebbero essere considerate esclusivamente una soluzione tecnica e non comportare ulteriori oneri a carico dei concessionari.

La seconda propone misure ponte immediate, a partire dal riequilibrio dei parametri economici delle AWP e dall’avvio della sperimentazione delle macchine di nuova generazione, senza attendere necessariamente il completamento dell’intero riordino.

La terza riguarda la fiscalità: qualsiasi intervento dovrebbe preservare gli equilibri complessivi della legge di bilancio ed evitare modifiche concentrate su un singolo canale capaci di provocare ulteriori spostamenti della domanda.

La quarta guarda invece più lontano e propone l’apertura di un tavolo tecnico permanente tra regolatore e concessionari, chiamato a ragionare sui prodotti del futuro e sull’evoluzione dell’offerta regolata.

Il principio che lega le quattro proposte è quello del riequilibrio: non difendere un canale contro l’altro, ma costruire condizioni normative, fiscali e tecnologiche capaci di governare il mercato come un unico ecosistema.

La vera partita è l’equilibrio

Ed è forse questa la chiave più interessante dell’intero intervento.

L’Italia ha scelto da oltre vent’anni di governare il gioco attraverso un sistema concessorio e regolato. Ma la progressiva stratificazione di norme nazionali, regionali e locali, insieme alla trasformazione digitale dell’offerta, ha prodotto un mercato nel quale prodotti che rispondono allo stesso bisogno del consumatore possono essere sottoposti a condizioni radicalmente differenti a seconda del canale attraverso cui vengono distribuiti.

Il mancato riordino del terrestre rende questa contraddizione ancora più evidente.

Perché la questione, come emerge dalla relazione di Copenaghen, non è decidere se il futuro sarà fisico oppure digitale. Il digitale continuerà inevitabilmente a crescere. La questione è piuttosto come accompagnare questa trasformazione senza produrre squilibri indesiderati sul piano della tutela, della fiscalità, dell’occupazione e della legalità.

Ed è qui che il “day after” del 29 agosto assume un significato che va oltre una semplice scadenza normativa: diventa il punto dal quale ripensare il rapporto tra i diversi pezzi del sistema.

Perché, in assenza di una visione complessiva, il rischio è che siano le asimmetrie regolatorie — e non una scelta consapevole di politica pubblica — a decidere quale sarà il gioco italiano di domani.