Mance e casinò, tra dati e credenze

L’analista di gaming Mauro Natta esamina il tema del ‘punto’, ossia la quota mance spettante all’impiegato di gioco.

 

di Mauro Natta

Non credevo alle mie orecchie e, a dirla tutta, pensavo a una barzelletta o qualcosa di simile, poco dopo pensavo di aver capito male stante l’età, ma l’andare avanti sull’argomento contribuì a destarmi un certo interesse, ero al bar, parlavano di casinò e davo loro le spalle. Dal modo di discuterne non mi fu difficile concludere che doveva trattarsi di persone, anche giovani dalla voce, bene informate che usavano termini appropriati.

Nella mia discretamente lunga carriera di tecnico, una parte ai tavoli francesi e molto di più alla cassa di sala, conosciuta anche come il confessionale di qualche giocatore, mi permetto di osservare due delle situazioni ascoltate e che definirei poco gradite al cliente medio.

Al primo posto è il cambiamento del minimo del tavolo senza che si riscontri un discreto numero di clienti che giocano forte. Si potrebbe ricorre alla risposta adducendo che quel giocatore molto probabilmente mal sopporta l’attesa della boule ritardata da puntate basse ma numerose. Ma con quale esito? In ogni caso mi risultava difficile accettare che un evento simile possa accadere.

Al secondo posto un diverso modo di mischiare le carte, ovvero passare a farlo a mano da quello precedente, col miscelatore. Credo di aver riferito correttamente quanto ho ascoltato. Non sono esperto di giochi americani ma, così operando, ci potrebbe essere, forse anche giustamente, visti i noti e/o poco conosciuti precedenti, che questo vada a favorire qualcuno.

Lo stupore più marcato l’ho provato, quasi non ci credevo, quando il lamentato fatto avveniva più facilmente in presenza di puntate robuste da parte di più giocatori.

Ma non è una novità vedere mischiare le carte come un tempo si faceva e, forse, si fa con lo chemin de fer; la troviamo, in particolare, al privè dove qualche giocatore può ricordare le nottate passate quando restava il solo tavolo grande ed il mattino non disturbava con le tende tirate giù.

La mia risposta, stante la posizione di cassiere di sala, a quel tempo non poteva, credo, che consistere nel tentativo di spiegare come con l’annuncio degli ultimi tre colpi al minimo della puntata si passava regolarmente a uno più alto.

A volte avrei aggiunto che, in ogni caso, un tavolo al minimo basso lo trovava sempre nell’orario previsto anche per regolamento.

Ora le osservazioni che anche la saggezza del gestore dovrebbe considerare: in un tavolo se il minimo viene alzato per uno o pochi giocatori forti e rimane la partecipazione al gioco di alcuni, solitamente ad una puntata non elevata, il tavolo corre il rischio dei “buchi” cioè che le perdite di molti non pareggiano le vincite di pochi. Si inverte il principio legato al vantaggio del banco che rimane sempre a beneficio della Casa ma su puntate alquanto differenti.

In tema di veri e/o presunti, perché di più non posso dire, favori a determinati giocatori, non si può, per lo scrivente, non si deve, omettere il pericolo di perderne altri di qualità. Infatti come è vero che un cliente soddisfatto ne porta altri, nel caso indicato avviene il contrario e più in fretta di quanto possa credersi.

Non sono al corrente se l’utilizzo dei gettoni non convertibili persiste e, nel caso ciò avvenga, si potrebbe comprendere meglio allargando, forse e/o in parte l’accostamento, il buon andamento dell’attività alberghiera da un lato e meno la notazione sulle presenze Vip stante i risultati dei giochi da tavolo, salvo vincite eccezionali da non potersi escludere.

Ascoltare episodi legati alla Casa da gioco valdostana è abbastanza normale, forse perché ultimamente se ne parla di più. Il 27 agosto mi trovavo al pronto soccorso del Parini ad Aosta dove mi aveva accompagnato mia nipote per un forte dolore al ginocchio e ho ascoltato narrare che ai miei tempi era molto meglio. Non ho capito subito con quale riferimento.

Dopo mi pare di aver compreso che si parlava del “punto”, la quota mance spettante all’impiegato di gioco. Un tempo c’erano la roulette francese e lo chemin, oggi tanto di più; eravamo in pochi a dividere oggi sono più numerosi.

Si trattava di mie considerazioni personali ma il discorso si fece più interessante: l’argomento era cambiato in ciò che la mia curiosità era tentata di domandare, stetti ben zitto nell’attesa.

Molto più di quanto speravo, alcuni numeri che nei comunicati stampa della press room non avevo trovato, ma i totali erano esatti salvo arrotondamenti, come diceva il mio nonno materno meggiu che ninte!

Come tutti i giovedì avevo comperato la Settimana Enigmistica e l’avevo con me, la usai per scrivere alcune cifre e poterle controllare con i comunicati ufficiali, come anticipato corrispondevano! Ed eccomi ad esaminare alcuni dati che si riferivano a singoli giochi: roulette francese e chemin de fer per i quali ho sempre avuto un debole.

Sono proprio i risultati di luglio e agosto che avevo riportato sul margine della Settimana Enigmistica che mi impressionano. Ritengo siano esatti come lo erano altri, però non posso controllarli, mi posso invece permettere, nel caso sia vero, lo stupore nell’ascoltare che per quei due mesi le mance superavano gli introiti di gioco, ciò per sentito dire. Non mi è possibile un controllo, non mi compete ed è poco credibile.

Mi permetto di aggiungere una considerazione pensando ai tempi di servizio in cassa centrale dove si otteneva il risultato netto di ogni tavolo che era stato aperto, e credo che lo sia ancora. In particolare, se in concomitanza di grosse vincite di clienti, la documentazione comprendeva la copia del foglio relativo alla aggiunta, o delle se la vincita è rimarchevole.

Non poteva mancare, parlo sempre di molti anni or sono, una breve relazione del capo tavolo unitamente alla avvenuta conoscenza da parte dell’ispettore in servizio. L’intensità della partita sempre e comunque non sfugge; ecco motivato il poco credibile precedente.

Ho messo in chiaro che il fatto sottolineato può essere ragionevolmente giustificato e nel caso narrato meritevole di attenzione e riscontri.

Se fosse così come credo di aver ascoltato non capirei come il fatto sia passato inosservato stante il controllo a posteriori che si fonda, tra l’altro, a mio avviso, sul rapporto tra mance ed introiti. Forse troppe sedute in perdita?

Non vorrei che, magari, stanchi di leggere il mio insistere in tema di controllo sulla regolarità del gioco, facessero commenti sulla metodologia da me spesso raccomandata. Molto probabilmente non avevano notato la particolarità che indicavo “tavolo per tavolo” e, quindi, non per periodi certamente lunghi come un mese. Sicuramente non mi vedevano o conoscevano così come io non li vedevo.

Per quanto allo chemin, considerato che, solitamente si svolge in concomitanza con il gala, non mi stupisco dei risultati che ascolto. Certamente un tempo erano migliori ma non si può pretendere che i gusti e le possibilità economiche restino immutati. Infatti, non posso omettere che a Venezia il punto banco ha superato gli introiti dello chemin de fer ed è, volendo, riscontrabile.

 

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