Gioco patologico, Zerbetto a Easg: ‘Non basta smettere di giocare, bisogna ricostruire un progetto di vita’

A Copenaghen il direttore scientifico di Progetto Orthos presenta 18 anni di esperienza nel trattamento residenziale del gambling disorder. Al centro non soltanto l’astinenza, ma personalità, emozioni, relazioni, responsabilità individuale, lavoro e capacità di tornare a “stare sulle proprie gambe”. I dati mostrano un miglioramento significativo del funzionamento globale dei pazienti.

Uscire dal gioco patologico non significa semplicemente interrompere il comportamento di gioco. Significa imparare nuovamente a stare con se stessi, riconoscere le emozioni dalle quali si è tentato di fuggire, ricostruire relazioni, assumersi responsabilità e, soprattutto, elaborare un nuovo progetto di vita.

È questa la prospettiva portata alla Easg Conference 2026 di Copenaghen da Riccardo Zerbetto, direttore scientifico di Progetto Orthos, nel corso dell’intervento dedicato a “Gambling Disorder to Addiction Prone Personality” e alla valutazione degli esiti di 18 anni di attività del programma residenziale intensivo Orthos rivolto alle persone con disturbo da gioco d’azzardo.

Una relazione che sposta il punto di osservazione dal gioco alla persona. Perché, nella lettura proposta da Zerbetto, il comportamento compulsivo rappresenta spesso soltanto la manifestazione visibile di un sistema più complesso di difficoltà emotive, relazionali e identitarie.

Dalla dipendenza alla “addiction prone personality”

Uno dei concetti centrali è quello di addiction prone personality, una configurazione personale caratterizzata da una particolare vulnerabilità verso comportamenti di dipendenza.

Non si tratta, dunque, soltanto di eliminare il gioco. Una persona può interrompere una determinata condotta compulsiva senza avere affrontato realmente i meccanismi che l’hanno alimentata. Da qui la necessità di lavorare su impulsività, gestione delle emozioni, relazioni affettive, capacità di affrontare il vuoto e modalità con cui l’individuo costruisce il proprio rapporto con se stesso e con gli altri.

Nelle slide presentate a Copenaghen emerge, per esempio, una relazione tra impulsività e alessitimia, ossia la difficoltà nel riconoscere, elaborare e comunicare adeguatamente le proprie emozioni.

L’ipotesi clinica è che i tratti impulsivi possano essere associati a meccanismi insufficienti di elaborazione intrapsichica e interpersonale delle emozioni. Quando diventa difficile “stare” dentro una determinata condizione emotiva, il comportamento può trasformarsi in una risposta immediata. Il gioco diventa allora azione prima ancora che scelta.

Orthos: imparare a “stare in piedi”

Il nome stesso del programma sintetizza la filosofia terapeutica. Orthos, ha spiegato Zerbetto, rimanda all’idea di colui che “sta diritto”, che riesce a rimanere sulle proprie gambe senza dipendere dagli altri e senza essere passivamente abbandonato a se stesso.

Il riferimento richiamato dal relatore affonda anche nella cultura greca e nell’antica idea della misura. Non necessariamente l’eliminazione assoluta di ogni piacere o esperienza, dunque, ma il recupero della capacità di vivere senza essere sopraffatti dall’eccesso.

Una metafora che nel percorso terapeutico assume un significato preciso: tornare ad avere un centro, una capacità di scelta e una responsabilità personale.

Orthos è un programma residenziale intensivo, concepito per sottrarre temporaneamente il paziente alla routine nella quale il comportamento compulsivo si è strutturato e creare uno spazio nel quale sia possibile affrontare in profondità i meccanismi della dipendenza. Ma l’allontanamento dall’ambiente quotidiano non rappresenta una fuga. È esattamente il contrario.

Imparare a stare nel “vuoto”

Uno dei passaggi più suggestivi della presentazione riguarda quello che Zerbetto definisce, utilizzando un’espressione latina, horror vacui. La dipendenza può essere letta anche come una continua fuga dal vuoto interiore.

Giocare, assumere una sostanza o ricorrere a un altro comportamento compulsivo permette temporaneamente di riempire quel vuoto e di evitare il confronto con ciò che genera angoscia, solitudine o sofferenza. Il percorso terapeutico prova quindi a invertire il meccanismo. Non fuggire. Restare.

Una delle slide presentate a Copenaghen descrive il trattamento come “un’opportunità per affrontare l’horror vacui sottostante a molti comportamenti di dipendenza”. Rimanere nel vuoto può diventare un punto di svolta: interrompere la fuga costante dalla propria ombra e costruire una nuova familiarità con se stessi e con le proprie paure.

Non è un esercizio semplice. Zerbetto ha ricordato, per esempio, quanto possa risultare difficile per alcuni pazienti anche la meditazione: fermarsi e rimanere in contatto con ciò che accade dentro di sé può essere molto più impegnativo di quanto sembri. Eppure è proprio questa capacità a rappresentare uno dei passaggi della recovery.

Riprendersi le emozioni

La terapia interviene quindi sulle componenti emotive, cognitive, relazionali e comportamentali disfunzionali. Ma c’è un elemento ulteriore: la responsabilità.

Una delle indicazioni esplicitate nelle slide consiste nel recuperare questi aspetti della propria esperienza “accettando la propria responsabilità personale come adulti ed evitando di attribuire la colpa alle circostanze esterne, al mondo o agli altri”.

Non significa colpevolizzare il paziente. Significa restituirgli capacità di azione. Perché una persona può modificare il proprio comportamento soltanto quando smette di percepirsi esclusivamente come oggetto passivo di eventi esterni e comincia nuovamente a considerarsi soggetto delle proprie decisioni.

Il gioco come compensazione di una difficoltà relazionale

Un altro asse del programma riguarda la storia affettiva. Il lavoro terapeutico invita a rileggere il proprio percorso personale e a comprendere in quale misura il gambling compulsivo — così come altri comportamenti di dipendenza o di rischio — possa avere rappresentato una compensazione rispetto alla difficoltà di costruire rapporti intimi, soddisfacenti e realmente significativi.

Qui il gambling disorder smette definitivamente di essere letto come un problema esclusivamente economico. La perdita di denaro è un effetto, spesso drammatico. Ma dietro il comportamento possono esistere solitudine, difficoltà nell’intimità, fragilità nella costruzione dei legami e incapacità di regolare emozioni dolorose.

L’intervento diventa così necessariamente multidimensionale.

Corpo, meditazione, espressione e gruppo

Il modello Orthos utilizza differenti strumenti terapeutici. Accanto al lavoro psicologico trovano spazio tecniche espressive, esperienze corporee, meditazione, musica, attività di gruppo e momenti destinati all’elaborazione individuale.

L’obiettivo non è accumulare tecniche, ma intervenire su differenti dimensioni della persona. Particolare importanza assume il gruppo.

La solidarietà tra partecipanti consente infatti di costruire un contesto nel quale esperienze spesso vissute nella vergogna e nell’isolamento diventano condivisibili. Il paziente scopre di non essere solo e, contemporaneamente, è chiamato a confrontarsi con le storie e le responsabilità degli altri. È un passaggio essenziale per un disturbo che spesso cresce proprio nel segreto.

Anche debiti e lavoro entrano nella terapia

Il percorso non rimane però confinato all’interiorità. Una delle fasi illustrate da Zerbetto prevede esplicitamente la revisione della situazione finanziaria e lavorativa della persona, con l’individuazione di strategie per affrontare eventuali debiti e per costruire concrete opportunità professionali.

È un elemento particolarmente significativo. La recovery dal gambling disorder non può infatti prescindere dalle conseguenze prodotte dal comportamento. Debiti, perdita dell’occupazione, crisi familiari e deterioramento delle relazioni costituiscono spesso il contesto nel quale il paziente dovrà tornare a vivere una volta concluso il trattamento.

Curare senza affrontare questi aspetti significherebbe lasciare irrisolte alcune delle condizioni che possono alimentare una ricaduta.

Dalla terapia al “Life Project”

La fase più avanzata del programma è dedicata a quello che Orthos definisce Life Project. I residenti sono chiamati a costruire un proprio progetto di vita attraverso un’analisi concreta e una riorganizzazione delle diverse dimensioni dell’esistenza: lavoro, relazioni intime, tempo libero, rapporto con gli altri, obiettivi personali.

Il trattamento non dovrebbe quindi concludersi con una semplice frase: “Non gioco più”. La domanda diventa un’altra: “Che cosa voglio fare della mia vita adesso?”

È probabilmente qui che emerge con maggiore chiarezza la filosofia di Orthos. La cessazione del comportamento patologico rappresenta una condizione necessaria, ma non sufficiente. Occorre creare qualcosa che possa prendere il posto lasciato libero dalla dipendenza.

“Trasformare il buio in luce”

Una delle slide finali utilizza le parole di una persona che ha completato il percorso. L’obiettivo viene descritto come quello di mettere fine alla propria autodistruttività e al vuoto interiore, imparare a convivere con quel vuoto e riempirlo di energia positiva e creativa, fino a “trasformare l’oscurità che mi sovrasta in luce”.

È una formulazione emotivamente forte, ma sintetizza un punto clinico preciso. Non si tratta soltanto di togliere qualcosa. La recovery richiede di sostituire la funzione svolta dalla dipendenza con nuove modalità di vivere emozioni, relazioni e desideri.

Diciotto anni di esperienza: migliorano gli indicatori di funzionamento

L’intervento di Copenaghen non si è limitato alla descrizione del modello. Zerbetto ha presentato anche dati relativi agli outcome dei soggetti che hanno partecipato al programma.

Particolarmente significativo è il risultato ottenuto attraverso il Global Assessment of Functioning – GAF, strumento utilizzato per valutare il livello complessivo di funzionamento psicologico, sociale e occupazionale della persona.

Nei partecipanti a Orthos il valore medio è passato da 53,51 prima del trattamento a 71,30 successivamente, con un incremento medio di 17,79 punti.

Secondo i dati riportati nella presentazione, la variazione è risultata statisticamente significativa: t(71) = 15,32, p < 0,0001.

Al di là della dimensione statistica, il dato suggerisce un miglioramento complessivo della capacità della persona di funzionare nella propria quotidianità. Ed è precisamente questo l’obiettivo dichiarato del programma.

Recovery non significa soltanto astinenza

È forse questa la conclusione più rilevante dell’intervento italiano a EASG 2026. Nel gambling disorder l’astinenza è facilmente misurabile: una persona gioca oppure non gioca. La recovery è molto più difficile da misurare.

Perché riguarda la capacità di costruire relazioni, lavorare, gestire il denaro, tollerare la frustrazione, riconoscere un’emozione senza dover immediatamente agire per neutralizzarla e utilizzare il proprio tempo senza sentire il bisogno costante di una stimolazione. In altre parole, vivere.

Ed è per questo che, dopo diciotto anni di esperienza, Orthos continua a porre al centro non il gioco ma l’individuo.

La vera domanda terapeutica non è soltanto come impedire a una persona di tornare davanti a una slot, su una piattaforma di betting o dentro un casinò. È come permetterle di non averne più bisogno per sentirsi viva.

In un momento in cui l’industria e la ricerca internazionale discutono sempre più di algoritmi, strumenti predittivi, sistemi di early detection e tecnologie per identificare il rischio, il contributo di Zerbetto a Copenaghen riporta così l’attenzione sull’altra estremità della filiera del responsible gambling: che cosa accade quando il danno si è già prodotto e una persona deve essere accompagnata nella costruzione di una vita oltre la dipendenza.