Alla European Conference on Gambling Studies and Policy Issues di Copenaghen il professor Edoardo Lozza ha presentato lo studio promosso dalla Fondazione Fair con l’Università Cattolica: dall’ingresso precoce nel gioco alla scarsa conoscenza degli strumenti di tutela, i dati indicano la necessità di ripensare prevenzione e comunicazione rivolte alle nuove generazioni.
Copenaghen – Non basta chiedere ai giovani di “giocare responsabilmente”. Se la responsabilità viene affidata esclusivamente al singolo giocatore, il rischio è infatti quello di trasformare uno strumento di tutela in una semplice raccomandazione individuale. È una delle indicazioni più significative emerse dalla ricerca sugli Under 25 promossa da Fondazione Fair – Ets insieme alla Research Unit in Economic Psychology dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e presentata a Copenaghen, in occasione della 15ª European Conference on Gambling Studies and Policy Issues.
A portare lo studio nel confronto internazionale è stato il professor Edoardo Lozza, docente di Psicologia economica all’Università Cattolica e membro del Consiglio Direttivo di Fair. Una ricerca che punta a comprendere non soltanto quanto giochino i giovani italiani, ma anche motivazioni, percezioni, contesti sociali, rapporto con il rischio e conoscenza del concetto di gioco responsabile.
L’indagine quantitativa è stata realizzata attraverso una survey online su un campione di 1.342 giovani tra i 18 e i 25 anni, rappresentativo della popolazione italiana per genere e area geografica. Il 41% degli intervistati dichiara di avere giocato o scommesso denaro almeno una volta nei tre mesi precedenti: una percentuale che, proiettata sulla popolazione, corrisponde a circa 1,9 milioni di giovani italiani.
Ma uno dei dati che maggiormente interrogano le politiche di prevenzione riguarda l’età del primo contatto con il gioco. Il 22% dei giovani giocatori afferma di avere iniziato prima dei 18 anni, spesso in presenza di amici o familiari. L’esperienza precoce può così inserirsi in un processo di normalizzazione del gioco all’interno della quotidianità e dello stesso percorso simbolico verso l’età adulta.
Anche le modalità di gioco raccontano un fenomeno meno uniforme di quanto potrebbe suggerire la sola crescita del digitale. Il 52% manifesta una preferenza per l’online, ma il canale fisico mantiene un ruolo significativo e viene riconosciuto anche come occasione di socializzazione. Gratta e Vinci e scommesse sportive risultano tra le forme maggiormente diffuse, rispettivamente con il 43 e il 39% delle indicazioni.
Il punto più delicato riguarda però la percezione del rischio. Secondo lo studio, i giovani che giocano tendono a sottostimare maggiormente, rispetto ai non giocatori, le possibili conseguenze economiche, sanitarie e sociali del gambling. Emergono inoltre bias cognitivi capaci di alimentare una sovrastima delle possibilità di vincita o un’eccessiva fiducia nelle proprie capacità personali.
A questo si aggiunge un problema di conoscenza. Soltanto il 51% del campione dichiara familiarità con il concetto di Responsible Gaming, mentre circa un giocatore su tre gli attribuisce connotazioni negative o ne mette in dubbio l’efficacia. Eppure il 49% dei giovani giocatori si dichiara interessato a ricevere maggiori informazioni sul tema.
È proprio questa distanza tra bisogno potenziale di tutela e conoscenza degli strumenti disponibili a rappresentare una delle indicazioni centrali della ricerca FAIR. Solo il 18% dei giovani conosce l’esistenza di specifici limiti di gioco rivolti agli Under 21 e Under 25. Per la Fondazione, prevenzione e protezione devono quindi diventare più riconoscibili, accessibili e coerenti con linguaggi, ambienti e comportamenti delle nuove generazioni.
La ricerca suggerisce inoltre un cambio di prospettiva: la tutela non dovrebbe essere interpretata semplicemente come “autoprotezione” del giocatore. Occorre superare la genericità dell’invito a “giocare responsabilmente”, che rischia di trasferire l’intero peso della responsabilità sull’individuo, per costruire invece un sistema nel quale operatori, istituzioni, famiglie e contesti educativi partecipino alla prevenzione.
Da qui anche l’indicazione forse più rilevante: la prevenzione deve iniziare prima dei 18 anni. Non soltanto rivolgendosi direttamente ai ragazzi, ma intervenendo sui contesti familiari e sociali nei quali avvengono frequentemente le prime esperienze di gioco.
La partecipazione alla conferenza Easg di Copenaghen consente ora a Fondazione Fair di collocare queste evidenze all’interno di un confronto internazionale tra ricercatori, regolatori e professionisti. Un passaggio importante per un percorso di ricerca che individua proprio nei giovani una delle aree sulle quali concentrare maggiormente politiche di tutela, educazione al rischio e nuove forme di comunicazione.
Perché il dato forse più interessante che emerge dallo studio non riguarda soltanto quanti giovani giochino, ma quanto ancora sia possibile intervenire prima che un comportamento diventi un problema.







